Marlborough New Zealand vineyard

Dove il vento sa di pompelmo: Marlborough e il Sauvignon Blanc che ha riscritto il gusto globale

A Marlborough la luce arriva presto e domina la scena. Non è una luce “da brochure”: rimbalza sui ciottoli chiari delle piane alluvionali, si infila tra i filari con la precisione di un righello, poi inciampa — di colpo — nelle ombre delle Richmond Ranges. Sopra, il cielo cambia umore con la stessa rapidità con cui, più sotto, cambiano i terreni: ghiaie, limo, argille; e quel vento freddo che, quando decide di scendere, sembra portare con sé il sale dello Stretto di Cook.

Se vi è capitato di stappare un Marlborough Sauvignon Blanc e ritrovarvi nel bicchiere un’esplosione di lime, foglia di pomodoro, frutto della passione e pompelmo, sappiate che quel “troppo” — così netto, così riconoscibile — è parte della trama. Marlborough non ha solo prodotto un vino di successo: ha creato un lessico globale. Un bianco secco che, per mezzo secolo, ha insegnato al mondo cosa aspettarsi da due parole in etichetta.

24 agosto 1973: un filare contro il freddo

Le storie che cambiano un settore spesso cominciano con un documento burocratico. Nel luglio 1972, un istruttore zootecnico del Marlborough County Council, S.G.C. Newdick, metteva nero su bianco che, data la sovrapproduzione d’uva, non sembrava esserci alcuna probabilità che i vigneti prendessero piede a Marlborough “nel futuro prevedibile”. Un anno dopo, nel 1973, Montana compra terreni e pianta le barbatelle. E non lo fa in silenzio: il 24 agosto 1973, davanti a media, politici e imprenditori, l’industria vinicola moderna di Marlborough nasce come evento pubblico.

Il nome che torna più spesso in quel passaggio è Frank Yukich, legato a Montana Wines: è lui a ribellarsi all’idea che l’Isola del Sud sia semplicemente “troppo fredda”. Nella ricostruzione di New Zealand Wine, quel giorno Yukich pronuncia una frase che oggi sembra fatta apposta per essere citata: “I vini di qui diventeranno famosi nel mondo”.

Nel 1975 parte delle viti inizialmente piantate risulta inadatta alle notti fresche e alle estati secche di queste parti: vengono sostituite, tra le altre, con Sauvignon Blanc e Pinot Noir. Nel 1979 arriva quello che viene indicato come il primo Marlborough Sauvignon Blanc commerciale. In pochissime vendemmie, una scelta di convenienza agronomica diventa un linguaggio esportabile.

Tre valli, tre accenti: Wairau, Southern Valleys, Awatere

“Marlborough” è una parola comoda, ma imprecisa. La regione è una somma di sottozone con caratteri diversi: Wairau Valley, Southern Valleys, Awatere (e Southern Marlborough). Wairau è la grande piana: ghiaie, letti fluviali, una viticoltura che sembra disegnata con squadra e compasso. Il fiume Wairau corre per circa 170 km dalle montagne a ovest fino al mare; in maori il nome significa “molte acque”. C’è persino un soprannome poetico del luogo: “Kei puta te Wairau”, ovvero “il posto con il buco nella nuvola”.

I numeri a volte aiutano. Marlborough Wine riporta medie di circa 2.513 ore annue di sole e 635 mm di pioggia: piove più o meno come nella Valle della Loira (patria dei Sancerre e Pouilly Fumé), ma con le ore di sole della Costa Azzurra. Il tutto in un clima marittimo con un’escursione termica estiva attorno agli 11 °C: giorni caldi e notti fredde che rallentano la maturazione, preservano l'acidità e spingono la definizione aromatica. Questa combinazione un po' paradossale è alla base dell'esplosione di profumi che ha reso celebre lo stile locale.

Poi ci sono le Southern Valleys — nomi come Brancott, Omaka, Fairhall, Waihopai — spesso associate a suoli con una maggiore componente argillosa rispetto alle piane del Wairau. E infine l’Awatere, zona più esposta e ventosa, che molti appassionati descrivono come più “tesa”, con una maggiore acidità e aromi più erbacei che tropicali.

Il profumo che si studia: tioli e pirazine

Quando un vino diventa riconoscibile a colpo sicuro, prima o poi qualcuno prova a spiegarlo in laboratorio. Nel caso del Sauvignon Blanc neozelandese la letteratura scientifica insiste su una combinazione precisa: tioli volatili (responsabili delle note di frutto della passione e pompelmo) e metossipirazine (che danno le note verdi). Detto senza troppi tecnicismi: sono composti capaci di sostenere quel doppio registro “verde” e “tropicale” che abbiamo imparato ad associare allo “stile Marlborough”.

La svolta, però, non è chimica: è culturale. Marlborough non ha semplicemente “fatto” un Sauvignon Blanc buono. Ha prodotto un vino che si lascia raccontare con due aggettivi — "croccante e aromatico" — e che mantiene quella promessa con una regolarità che il mercato premia. Essere riconoscibili è un potere. Il rischio è diventare fotocopia; il merito, quando va bene, è restare identità.

Cloudy Bay: l’etichetta come grimaldello

Se un vino cambia un mercato, di solito serve un punto di non ritorno. Per Marlborough, quel punto porta spesso un nome: Cloudy Bay. Nella ricostruzione storica, nel 1984 David Hohnen convince Stoneleigh a vendergli 40 tonnellate d’uva, che lui e il winemaker Kevin Judd vinificano a Gisborne; nel 1985 nasce la prima annata di Cloudy Bay Sauvignon Blanc. Nel 1986 arrivano Londra e una serie di riconoscimenti che accendono la miccia della domanda.

C’è un dettaglio da manuale, e non riguarda il mosto. Per entrare nel mercato britannico, Hohnen cura la grafica: sul fronte, soltanto “Cloudy Bay” e “Sauvignon Blanc”. Nessun racconto, nessuna decorazione barocca. Una scelta quasi minimalista prima che il minimalismo diventasse una posa, per togliere appigli al pregiudizio verso i vini del Nuovo Mondo e costringere l’assaggio a parlare. Persino il nome è un ponte tra epoche: Cloudy Bay è una baia reale, battezzata da James Cook nel 1770; dal 2014 il toponimo ufficiale è Te Koko-o-Kupe / Cloudy Bay, legando la storia coloniale alla memoria indigena dell’esploratore Kupe.

Quando la statistica diventa stile

Oggi l’aroma ha un gemello numerico. Il Sauvignon Blanc vale il 71% della produzione nazionale e rappresenta l’85% del vino neozelandese esportato. È la definizione più semplice di “vitigno bandiera”: non perché sia l’unico, ma perché muove il sistema. E il sistema muove denaro. L’export del vino neozelandese ha raggiunto 2,1 miliardi di dollari neozelandesi (circa 1 miliardo di euro) nell'anno terminante a giugno 2024, con esportazioni in 100 paesi. Gli Stati Uniti valgono più di un terzo del totale.

Marlborough è il motore: la regione dichiara oltre 30.000 ettari in produzione, circa il 72% dell’area vitata della Nuova Zelanda. Se il vino neozelandese ha un accento, molto spesso è quello di Blenheim. E poi c’è il Regno Unito: il laboratorio dove Marlborough ha imparato a essere mainstream. Report di mercato indicano la Nuova Zelanda come leader per origine nella categoria dei bianchi fermi, con un posizionamento di prezzo "premium". Traduzione: non è solo “vino facile”. È vino che il consumatore è disposto a pagare, proprio perché sa cosa compra.

La sostenibilità come infrastruttura

C’è una ragione meno romantica, eppure decisiva, per cui Marlborough ha potuto crescere senza implodere: l’organizzazione. Sustainable Winegrowing New Zealand (SWNZ) nasce nel 1995 come programma nazionale con audit indipendenti. Oggi il 98% dell’area vitata produttiva del Paese è certificata SWNZ. È qui che l’immagine della “terra lontana e pura” smette di essere una cartolina e diventa protocollo: continuità, tracciabilità, reputazione. Per cambiare il mercato globale, Marlborough ha dovuto imparare a gestire i grandi numeri.

Il futuro: sfumature, non fotocopie

Ogni successo porta con sé un rischio: quando uno stile diventa così riconoscibile, la tentazione è replicarlo fino a svuotarlo. Marlborough, però, offre anticorpi concreti: sottozone che contano, suoli che cambiano e produttori che sperimentano. La domanda non è se il Sauvignon Blanc di Marlborough sia ancora di moda. È più sottile: quanta complessità siamo disposti a cercare dentro un vino che il mercato ha reso familiare? Forse il prossimo salto non sarà inventare un nuovo profumo, ma rimettere a fuoco le differenze — e farle valere — quando tutto sembra già noto. Perché a Marlborough il vento sa davvero di agrumi. Ma non soffia mai due volte nello stesso modo.